Achimporta perchè lo faccio

Continuerò a fare qualcosa senza credere in nulla, e lo farò molto allegramente, perché essere privo del ricatto del domani mi dà un grande sollievo
Pierpaolo Pasolini. Conferenza all'Olivetti

sabato 25 settembre 2010

Triana, paradiso perduto


Triana, paraiso perdido. Triana è un paradiso perduto. Un luogo che a vederlo sullo schermo uno non può credere che sia esistito davvero. Spagna, Andalusia, Siviglia. Uno dei porti commerciali più importanti del regno iberico, 1462 ancora prima della conquista delle Americhe, arrivano i gitani (rom). Nessuno sa da dove arrivino, neanche loro stessi lo sanno. La loro storia è rimasta disseminata sulla strada percorsa fin lì, dall'India all'Europa Orientale. Un pezzo di ferro arzigogolato, lavorato da questo popolo errante come nessuno allora sa fare, in nessun continente conosciuto. Arrivano senza un nome, a cavallo di bestie piccole e magre. Si palesano da un giorno all'altro, colorati e senza struttura nella Spagna "negra", nera, degli artigiani del sud. Alcuni di loro vantano reali origini egiziane. Da qui egipti, gipzy, gitani, appunto.

Tra gli artigiani del legno, nel quartiere dei poveri, Triana, aprono le loro botteghe del ferro, lo plasmano per secoli, sotto editti di persecuzione, a rischio della Santa Inquisizione che nelle stesse strade di quel quartiere fatto di patii e corti interne installa il suo tribunale. Per secoli decorano balconi, strade, forgiano cannoni per la crociata dei re cattolici contro i musulmani, danno forma alle campane e nella cappella di Santa Ana uno ad uno prendono il battesimo. Non hanno un Dio proprio ma si professano cristiani.

Cantano e partoriscono figli, che a centinaia giocano per le vie di Triana con i figli dei sivigliani non gitani, insegnano loro lo spirito della libertà e dell'anarchia, da loro imparano le canzoni andaluse, quelle castigliane, fino a quando a Triana non esplode il Flamenco. Unione di "palmas", palmi delle mani che battono il ritmo che se lo ascolti bene è lo stesso che fa il cuore. Tra loro si sposano, gitani e non gitani. Nascono figli. Si inventa il welfare delle "corralas", delle corti, dei patii, dove le donne si scambiano i figli e si permettono a vicenda di andare a Siviglia (così dicevano quando superavano il limite del quartiere). A ballare, le migliori danzatrici di flamenco di Spagna, nei neoanati Cafè Flamenco. Due ne mettono in piedi anche a Triana e le donne ci vanno a ballare, a bere, a fumare. Un editto del re vieta agli spagnoli di vestire alla loro maniera, nell'estremo tentativo di fagocitarli tutti. Niente da fare.

Gitani e non gitani vivono così, uniti e diversi per cinque secoli in un paradiso perduto. Dove l'incontro è stato possibile, come dicono i protagonisti oggi, perchè i non gitani erano artigiani come loro, gente povera, sì, costretta dalla fame a vivere con niente, ma che quel niente lo divideva. 

Nel 1962, con la scusa di un allagamento nel quartiere, le baracche e le case con le loro corti, le grida festose dei bambini, i canti e i balli e le "palmas" vengono abbattute. Inizia la speculazione immobiliare, al posto di Triana nascerà un quartiere nuovo di zecca, rilucente, per gente ricca. Gli stessi patii, le stesse corti, chiuse e insonorizzate. Il popolo di Triana si disperde, vengono assegnate loro delle casette prefabbricate in periferia, altri iniziano a potersi comprare una casa e vanno a vivere in altre zone di Siviglia. Chiuse le ferriere, chiuse le strade, i bar, le case, però, per anni le donne di Triana, gitane e non, tornano al mattino a far spesa al mercato del quartiere, per ritrovarsi.

A quaranta anni di distanza da allora le voci di Triana "la vieja" (la vecchia), parlano, ballano e raccontano il paradiso perduto nel documentario di Dacil Perez de Guzman: "Triana, paraiso perdido". Un canto corale di tutti coloro che aspettano ancora Triana.

giovedì 23 settembre 2010

Internet, giochi con le frontiere senza la Reding

Certo se la sognerà la notte, il povero Nicolas. Visto che ogni volta che hanno a che fare, che si tratti di "protezione dei diritti d'autore" o di "protezione delle frontiere dai Roma" il commissario Reding gliele suona. Eppure pare che Sarkozy la notte scorsa non deve aver dormito proprio male. Perchè se se l'è ritrovata tra i piedi sul tema delle espulsioni, se l'è tolta di torno sulla chiusura di quelle altre frontiere, quelle digitali.

Ieri, infatti, il Parlamento Europeo ha "finalmente" votato un testo "salva copyright", indicando agli Stati membri una linea talmente dura che somiglia vagamente a quella disegnata da Sarkozy l'anno passato (famosa legge Hadopi: leggi l'articolo) rifiutata categoricamente e ad intervalli regolari dall'allora commissario alle Comunicazioni, appunto la Reding. 

Certo la Francia l'ha pagata cara la crociata contro la libertà della Rete, tanto che la Reding, che a quanto pare se l'è legata al dito, ora bastona i cugini d'oltralpe su tutt'altre frontiere. Ma questi sono problemi di Nicolas che adesso dovrà rispondere ad un'indagine interna atta a verificare fino a che punto si sia spinto il suo razzismo.


A noi resta un autunno caldissimo, che ci vede orfani di quei famosi pirati svedesi  (The Pirate Bay) che si sono visti scalzare fuori dal Parlamento del loro Paese dalla destra e dall'ultradestra, e a rischio di alte punizioni se scarichiamo e ci scambiamo dati in Internet. Così dice il documento, che in quanto semplice "discussione" non è recepitbile dai Paesi membri, ma si sa, in Italia alle aperture non siamo mai stati "atti". E se non fatichiamo ad appoggiare Sarkozy nella comune crociata contro i Roma, non c'è da credere che saremo pronti a differenziarci dalla Francia su un tema che tocca così da vicino le finanze dal nostro Presidente. 
Perciò che dire: mentre l'Europa si dispone ad un conservatorismo senza frontiere (se non per i Roma), noi in cambio possiamo gioire, una buona notizia c'è. Rischi grosso se violi il diritto d'autore, sì, ma se lo fai solo per "uso personale" ti lasciano libero, l'importante è che la cultura non circoli in Rete. Ognuno per sè, Sarkozy per tutti. Questo secondo i dettami del testo presentato da Marielle Gallo, la francese, approvato con 328 voti a favore, 245 contro dall'Eurocamera.

P.S: Ma l'Italia anche questa volta si è distinta in quanto a "populismo". Se la Francia porta avanti crociate "ostiche", infatti, i nostri si presentano a Strasburgo con bimbi in fasce legati al collo ( come l'eurodeputata Licia Ronzulli). Con la vana pretesa di ergersi a difensori delle vittime della società attuale dell'oggi. All'Eurocamera, insomma, noi facciamo sempre delle belle figure: o veline o mamme. Perchè la mamma è sempre la mamma, anche fuori dalle frontiere.

venerdì 17 settembre 2010

Doppia faccia. E la sfida non è sul cappello

"Per vedere le due facce della Chiesa cattolica britannica, basta fare due passi a piedi dal Parlamento. La stazione ferroviaria e degli autobus di Victoria, dove molti immigrati arrivano in cerca di fortuna, è ancora più vicina. In primo luogo vi è il rosso mattone tozzo della cattedrale di Westminster, sede della gerarchia cattolica d'Inghilterra, i suoi mosaici bizantini, che brillano a lume di candela, sono una splendida cornice per uno dei migliori cori del paese. Dietro l'angolo qualosa ci porta molto più con i piedi per terra, in un ostello e centro di accoglienza per i senzatetto (il più grande di Londra), l'istituito è tenuto da un ordine religioso, le Figlie della Carità. Tra i doveri dei sacerdoti e delle suore che lavorarano a "Il passaggio" (The Passage) quella di stare in collegamento con la polizia, gli ospedali e le pompe funebri, nel caso in cui le persone senza fissa dimora, spesso giovani, soccombano alla dipendenza o alla disperazione".

Questa è la traduzione di un articolo, comparso qualche giorno fa su The Economist dal titolo "The fruit of adversity", alla vigilia dell'arrivo del Papa in Inghilterra. Lontano dalla clack, dal corteo e da eventuali minacce di attentati sventati, il quotidiano britannico spiega in quest'articolo la missione della Chiesa cattolica inglese da cui è possibile dedurre le connesse ragioni della visita. Niente è per caso, e infatti, oggi, sempre su The Economist compare una tabella con il numero di viaggi papali in tutto il mondo, non in ordine cronologico, bensì in ordine di "interesse".  Ovviamente all'utlimo posto ci sono i paesi arabi, ma subito prima il Cile (?). 
Vi lascio leggere l'articolo.  Ma prima aggiungo qualche parte che mi ha colpito e sulla quale ho trovato evidenti connessioni con la situazione italiana. Ecco qua, infatti, che il reportage continua cercando di trovare il filo conduttore delle immagini fotografate poco prima: la Chiesa imbellettata e la casa d'accoglienza: "Forse la distanza tra i due non dovrebbe essere esagerata. Per essere un'entità che agisce ai limiti della società, l'ostello ha molti amici in posti elevati, anche nelle banche. Il personale di Goldman Sachs aiuta in cucina, i dipendenti di Barclays aiutano i senza tetto, con suggerimenti su come aprire un conto in banca. E in tutto il suo splendore, la cattedrale è un edificio piuttosto nuovo per un istituzione in  recente ripresa, una di quelle cose che ricorda la sua passata debolezza". 

Eccolo, dunque il legame. Soldi e martirio ("tra i tesori della cattedrale ci sono i resti di martiri che sono morti per la fede romana per mano di uno stato protestante"). E dopo aver raccontato al lettore che "solo nel 1850 i cattolici si sentirono in grado, per la prima da quando la monarchia ha rotto con Roma nel 1530, di avere dei vescovi in Inghilterra" e che fino a "20 anni prima i titolari delle cariche dovevano essere anglicani", The Economist arriva alle conclusioni. 

Punto primo: Nonostante tutto "la Chiesa cattolica in Inghilterra non si presenta in maniera arrogante perché cresciutia con una dieta di potere illimitato". Tutto questo - aggiunge l'articolo "considerando che la sede della Chiesa d'Inghilterra sta ancora cercando di conciliare l'ereditato privilegio con un gregge rattrappito.
Punto secondo: Se il gregge è rattrappito, quale può essere il punto di forza dei "correligionari" del Papa, come vengono definiti nell'articolo? La loro crescente vittoria sta nella "disponibilità a collaborare con le altre fedi per alleviare i problemi sociali, anche la situazione dei migranti". Tutti pronti dunque a far vedere al Papa "l'ultima sfida" e "anche una grande opportunità: un afflusso di lavoratori cattolici dall'Europa Orientale, dall'Asia, dall'Americalatina e dall'Africa. 

Perchè "sotto l'impatto dell'immigrazione, le chiese cattoliche sono fiorenti e si sforzano di adattarsi a nuovi linguaggi e stili, in modo particolare a Londra e in altri luoghi del sud come a Southampton". "Secondo La terra della Giustizia (sic!), un sondaggio della Chiesa sui fedeli migranti pubblicato nel 2007, in alcune parrocchie di Londra i tre quarti della congregazione non aveva alcun diritto legale di stare in Gran Bretagna (ed erano quindi vulnerabili alle basse retribuzionei e al ricatto )." E qui è arrivata in soccorso Santa Madre Chiesa. L'esempio? Una zona multiculturale della capitale britannica, "la chiesa dei Gesuiti a Stamford Hill nel nord di Londra, dove agli ebrei chassidici si sono aggiunti i nuovi arrivati ispanici e slavi. E la domenica, la messa è detta prima in inglese, poi in spagnolo, poi in polacco. Se i migranti non sono soddisfatti, hanno  un'altra possibilità: La nuova chiesa pentecostale, con il culto in portoghese e in inglese. 
A parte i migranti "un altro contingente è formato da giovani, uomini e donne di successo il cui stile e la teologia sono conservatori". Ma "la questione" è sempre la stessa:  che ne sarà della Chiesa quando i giovani conservatori di oggi raggiungono la mezza età" e resteranno solo "i filippini ei polacchi con i loro culti e le loro pratiche tradizionali? Si chiede The Economist.
Perchè "la varietà è importate per forgiare un nuovo stile di cattolicesimo, per continuare con le battaglie fresche contro la laicità e la nostalgia per un rovesciamento della Riforma" conclude l'articolo.

Venendo a noi, all'Italia, intendo. Vi sarete sicuramente accorti che le parole più severe del nostro "interno Vaticano" vengono pronunciate sempre a favore dei migranti? E' a questo che lascia pensare l'articolo. E la memoria corre a quei 4 gatti citati dall'ex vaticanista del Tg3 per descrivere gli utlimi angelus del Papa in piazza San Pietro. 
E come controprova  la fotografia che si può scattare è quella che vede protagoniste le folle più accolarate che nella stessa piazza si vedono durante la giornata del migrante o in quella della gioventù cattolica.
Ma a giudicare dalle ultime notizie, pare che in Inghilterra il gioco di prestigio papale non riesca proprio su tutti i migranti , almeno non  sui musulmani, che invece da noi una bella domenica si alzano e decidono di andare a farsi benedire da Benedetto XVI.

martedì 14 settembre 2010

Berlusconi un'altra volta..a chi lo dici Pepa!

Berlusconi un'altra volta. Nuova polemica mentre cerca appoggio. Forse era la terza, o chissà la quarta notizia andata in onda ieri sera al telegiornale de "La1", alle 21 sulla televisione pubblica spagnola. Mentre la frase scorreva come sottopancia sulla giacca doppio petto del Presidente del Governo italiano, la giornalista Pepa Bueno introduce la notizia, che poi verrà approfondita ed argomentata in seguito con tanto di corrispondenti da Roma e da Bruxelles, prova, controprova e commenti dall'estero: Berlusconi cerca appoggio per terminare la legislatura, mentre i sondaggi registrano che ha perso 7 punti di popolarità. Nel suo ultimo intervento torna ad alzare la polemica: Ha raccomandato alle belle ragazze di cercarsi fidanzati ricchi. 

Dopo i titoli, nell'approfondimento della notizia vengono chiamati in causa ben due corrispondenti, la prima è la giornalista di stanza a Roma che riassume il difficile momento che sta attraversando il Presidente del Consiglio, tra sondaggi in caduta libera e Gianfranco Fini a mettere il dito nella piaga. Ma soprattutto - chiarisce la corrispondete della televisione spagnola - tutto questo accade mentre l'Italia come molti paesi d'Europa sta attraversando il momento più difficile della storia con 2 milioni di disoccupati in crescita esponenziale. A questo problema - aggiunge la giornalista - Berlusconi ha dato una chiave di lettura originale che ha alzato l'ennesima polemica: Ha raccomandato alle giovani donne disoccupate di cercarsi un fidanzato ricco per poter sopravvivere. 

Ma il servizio sul bel paese non si è chiuso qui, no. Perchè i telespettatori del telegiornale delle 21 capissero bene di cosa si stava parlando, la televisione spagnola ha lasciato la corrispondente raccontare in pochi secondi (sic!) le utltime "barzellette" di Berlusconi, che - aggiungeva mentre scorrevano le immagini di repertorio - hanno provocato non poco imbarazzo anche a livello internazionale. E allora vai con le toccatine alla Merkel, lo scherzo della sedia tolta sotto il sedere al tedesco, le barzellette al G8... e via di seguito. Non sto qui a riepilogarvele, visto che nostro malgrado siamo italiani e non spagnoli e le conosciamo a menadito. Il reportage, a questo punto si sposta da Roma a Bruxelles, dove il corrispondente nella sede dell'Unione Europea deve rispondere alla domanda della giornalista in studio, Pepa Bueno, che gli chiede cosa ne pensino in Europa delle barzellette berlusconiane. Beh, che dire, risponde l'inviato: in tutti i corridoi e tra gli scranni c'è gente che chiacchiera di quel suo modo stravagante di comportarsi, e addirittura non sono in pochi coloro che cercano di non incontrarlo per evitarsi l'imbarazzo dei suoi scherzi e delle sue barzellette. 

A questo punto, se tutto il servizio non mi avesse già bello che tolto l'appetito, il corrispondente deve una spiegazione ai suoi telespettatori (tutto questo sempre mentre vanno le immagini delle bravate berlusconiane tra i deputati di Bruxelles), così aggiunge: Il punto è che al di là di chi la rappresenti l'Italia resta uno dei paesi più importanti della Ue e bisogna andare al di là dei comportamenti del suo premier, non volendo tralasciare il dato importante che Berlusconi ha apportato un considerevole numero, ben 30, eurodeputati al gruppo dei Popolari Europei.

Ecco qua. La cena è finita, il telegiornale no, perchè questo dura un'ora e se si è aperto con Zapatero ad Oslo a parlare di come risolvere il problema della disoccupazione certo non si rassegna a chiudere con Berlusconi. E' in quell'attimo che ho sognato di stare in Italia e mangiare con il sottofondo della voce di Giorgino che mi racconta della nascita di due gemellini di panda nello zoo di Minzolini

lunedì 13 settembre 2010

Chi pubblica i miei post a mia insaputa?

Sì, lo so. In questo momento storico in cui a tutti succede qualcosa a propria insaputa - a qualcuno comprano una casa, a qualcun altro gliel'arredano e ai più sfortunati capita di avere un leader di partito senza che si sforzi a cercarlo - il titolo di questo post puo' sembrare quanto meno ridicolo. Anche perchè pubblicare un post è gratis e vedi tu che miracolo sarebbe se qualcuno ti togliesse il piacere di scriverlo...

Eppure a me devo dire è dispiaciuto non poter vedere suggellata la nascita di questo blog dalle mie parole di benvenuto, ma dalle parole di qualcun altro. Andreotti direbbe che me la sono andata a cercare, già solo prendendo la decisione di aprire un blog sulla piattaforma di Google. E' vero.
A mia discolpa posso dire che non ero a conoscenza del fatto che Google rendesse pubblici anche i post che il proprietario del blog non pubblica, invece...
Invece è andata proprio così. In data 23 agosto nasce Achimporta per mano mia con il lauto sostegno di un mio carissimo amico, il quale - anche lui ignaro che il grande fratello ci stesse spiando - scrive di suo pungo un post di prova. Lo lasciamo come bozza e solo qualche settimana dopo scrivo il post di benvenuto su Achimporta e inauguro il blog. 
Sorpresa! Dopo essermi tanto deliziata nello scrivere l'accoglienza con la presunzione che fosse la sinossi della mia pagina web, qualche giorno dopo vado a cercare Achimporta sul motore di ricerca. E che scopro?
Sotto il nome del blog "trovato" da Google appare come descrizione il post di prova formato "bozza" mai pubblicato dal mio amico e tantomeno da me il 23 agosto.
A chi importa? A me devo dire che è importato abbastanza per i motivi in questo caso "poetici" cui accennavo su. Fatto sta che poesia o no, romanticismo tecnologico a parte, non può non colpire il dato - cui purtroppo ci siamo assuefatti - che Google ci spia più di quanto ci faccia credere. 
Ovviamente in data odierna le cose sono cambiate. La descrizione di questo blog corrisponde ad una notizia davvero pubblicata da me in data 9 settembre. Ma non è questo il punto. Un giorno quel post potrebbe ricomparire, come tutti i suoi compagni occulti.
Le conseguenze di questo sfilacciatissimo e personalissimo post, insomma, credo interessino a molti.
Immaginate di scrivere qualcosa che non avete nessuna voglia di rendere pubblico e che un giorno qualcuno inserendo una chiave di ricerca qualsiasi possa trovarlo. Vi importa?
Devo dire che anche capovolgendo il concetto, e pensando di poter scovare su Google notizie succulente mai esistite ufficialmente, la sensazione resta più o meno la stessa. Qualcuno è in grado di farci leggere o scrivere qualcosa che qualcun altro non avrebbe mai voluto che noi leggessimo.

E poi vai a spiegare che non sei stato tu a rendere pubblica quella notizia e che qualcuno l'ha pubblicata a tua insaputa....Non ti resta che ammettere che "hai fatto una brutta figura" come nel caso di Scajola e darti alla campagna acquisti elettorali di Berlusconi.



Ubi maior...

giovedì 9 settembre 2010

Sarkozy in "paso doble": si accomodino signori

Ecco qui. Ce l'eravamo ripromesso. Avevamo detto che avremo vigilato sul lavoro della prima sessione del Parlamento Europeo dopo le vacanze estive. Bene, a noi che importa cosa hanno deciso questo mese i parlamentari europei, siamo rimasti anche un po' sorpresi quando, dopo averlo annunciato, sta mattina hanno votato una risoluzione che boccia l'espulsione dei Rom dalla Francia e in generale da tutta l'Europa di cui - ricordiamo - i Rom, provenienti dalla Romania, fanno parte
Con 337 voti a favore, 245 contro e 51 astensioni, a Strasburgo si è così deciso che non si pagano biglietti di sola andata ad un popolo "sbagliato".
Ma a Sarkozy cosa importa? Niente, per l'appunto e di tutta risposta, il ministro francese dell'immigrazione, Eric Besson - dopo aver accusato l'Europarlamento di "aver superato il limite consentito" alle sue funzioni - ha dichiarato che il suo Governo non sospenderà proprio un bel niente.
Insomma, oggi con tutto lo sconcerto che questa situazione ci causa, ci troviamo a ribadire il concetto già espresso nei post precedenti:
  1. Il Parlamento Europeo alla faccia di tutti i proclami di importanza che si è dato con il Trattato di Lisbona non ha acquisito neanche la voce grossa per spaventare un solo Paese membro, figuriamoci gli altri.
  2. Bisogna prendere atto che nel limite delle sue possibilità almeno c'ha provato, così come ha lavorato in questi giorni per difendere altre cause (vedi le altre decisioni prese).
  3. Sarkozy, dopo le perquisizioni avvenute questa mattina nella sede del suo partito - alla ricerca di documenti importanti circa il caso di corruzione che lo vede implicato - ha capito di non essere riuscito a spostare l'attenzione dai suoi guai con la questione dei Rom, tanto meno a riacquistare i consensi perduti. Dunque ci rifà con le espulsioni.
E noi, costretti dalla gravità degli eventi e dalla frustrazione che ci provoca stare in Europa solo perchè la Merkel possa cacciarci se non sappiamo far di conto, dobbiamo accontentarci di guardare il dito di Sarkozy che nasconde la luna.

Ma in questo noi italiani siamo degli specialisti, ormai. Forse i cugini francesi in questi giorni stanno su un piede solo a far giravolte insieme al loro Presidente, ma noi a questi balli siamo abituati. Noi abbiamo il maestro delle pirouettes, del quale, si sappia, Sarlozy è solo una bella imitazione. Dunque in alto la polemica sulla festa del Pd mentre c'è crollato sui piedi un Governo e a noi sembra solo di avere il solito sassolino nella scarpa.

Ricomincia il circo, si accomodino signori, vanno in scena gli italiani che hanno imparato ad indicare la luna con l'alluce

Ministro dello sviluppo economico? Come passa il tempo...

mercoledì 8 settembre 2010

Alejandro Sanz canterà in Venezuela?

E qui la domanda è di rito è d'obbligo: A chi importa? Forse (dico forse perché non si sa mai quante ne sapete) non molti conoscono Alejandro Sanz, un cantautore pop spagnolo che fa impazzire le spagnole, e ne consegue che questo post  - che parla di un suo possibile concerto in Venezuela  - non importi a molti. A dirla tutta neanch'io sto con le valigie in mano aspettando di volare a Caracas. A colpirmi è stato piuttosto un cinguettìo sul Twitter di Achimporta inviato da un blogger di El Pais che annunciava il possibile evento legando il nome dell'autore di "vivendo di fretta" a quello di  Hugo Chavez. Ma che c'entra Chavez? E invece c'entra.

A quanto apprendo, infatti, ad opporsi a ché Sanz canti a Caracas è proprio il presidente Chavez in persona che sei anni fa ha avuto a che dire con il cantautore spagnolo su Twitter e gli ha per questo impededito di dare il suo concerto in cartellone per il 1 novembre del 2007. Ma che aveva fatto Alejandro per attirarsi le ire dell'iroso presidente venuezuelano? Vado alla ricerca di vecchie notizie a riguardo.

Ve la racconto: Nel 2004, Chavez rifiutò di indire il Referendum revocatorio contro di lui la cui petizione era stata presentata allora da tre milioni di cittadini elettori venezuelani e da poco aveva aperto il suo account su Twitter. A Alejandro Sanz per l'occasione non gli viene in mente niente di meglio da fare che scrivere al presidente in persona un tweett in cui gli dichiara il suo disappunto per il rifiuto. E le parole con le quali si esprime sono queste: "Non mi piace. Se mi si portassero tre milioni di firme per farmi smettere di cantare io smetterei immediatamente".

Inutile dire che il cinguettìo di Sanz non venne accolto amorevolmente da Chavez che di tutta risposta il giorno dopo iniziò la raccolta di firme perché il cantante smettesse di cantare. Alla sua si sommarono altre ventitrè mila firme. Così, nel 2007, quando ormai era tutto pronto per il concerto indetto a Caracas per il 1 di novembre del 2007, "Il treno del momento", e i biglietti erano già esauriti, all'ultimo momento il governo venezuelano impedì il concerto "per ragioni di sicurezza". Per l'occasione molti artisti tra cui Shakira, Richy Martin, Miguel Bosè e Penelope Cruz solidarizzarono con Sanz e con tutto il pubblico venezuelano.
Ma le cose non cambiarono di una virgola, mentre in tutti questi anni lo scontro tra Alejandro Sanz e Hugo Chavez è proseguito a colpi di tweet. L'utlima battaglia, stando a quanto denuncia lo stesso Sanz iniziò con un attacco di hacher - "un vero esercito" secondo il cantante spagnolo - che lo accusavano di essere fascista.
Pace fatta? E' di sta mattina la notizia dell'invio di un cinguettìo dal profilo di Sanz a quello del presidente Chavez che diceva: "Presidente Chavez, voglio cantare nel suo Paese, me lo permette? Mi dà la sua parola che non succederà niente nè al mio pubblico, né alla mia gente, né a me, né alla mia impresa? Se lei mi dà il permesso e mi dà la sua parola che non succederà niente, chiuderò il mio tour in Venezuela".
Per ora non è pervenuta risposta. Staremo a vedere.
(Nel frattempo, tra il primo scontro venuezuelano ad altri tour mondiali, Sanz è stato accusato di evasione. Costudiva il suo patrimonio in Liechtenstein!)

Che s'ha da fa pe' cantà...

martedì 7 settembre 2010

Siamo tutti "friends" e viviamo in un grande loft

Secondo un'indagine condotta da www.idealista.it, uno dei portali di annunci immobiliari più famosi d'Italia e leader in Spagna, il giovane precario (categoria in svendita nei migliori siti di annunci di lavoro), si sta evolvendo. E, seguendo le teorie sull'evoluzionismo, sta facendo di necessità virtù. Nel caso specifico stiamo diventando tutti delle simpatiche macchiette di quella fiction americana tanto amata dai noi stessi durante la non lontana e ingenua età definita adolescenza. 
Siamo ormai tutti grandi amici e coinquilini che si dividono un grande loft.


Stando all'inchiesta, infatti, sia in Italia che in Spagna la meglio precaria gioventù si sta adattando- anche con un certo stile americano - alla condivisione degli spazi casalinghi per far fronte all'emergenza casa (caro affitti+lavoro precario), e sul portale immobiliare non andiamo più neanche alla ricerca dei monolocali da 18mq per 800 euro (prezzi riscontrabili su idealista.it), ma partiamo già con lo spuntare tra le caselle di "scelta" delle ricerche quella che dice "condivisione".
Dunque non è più un'attidudine degli studenti quella di condividere casa, macchè. Anche noi eterni giovani sempre meno giovani ce la possiamo ancora fare a sentirci un po' Jennifer Aniston
Colpa della crisi, della mancanza di lavoro o quando ci va bene del lavoro precario, non stiamo a badare al capello, fatto sta che non so gli americani, ma a noi non ci va neanche di lusso. A giudicare dall'indagine, infatti, l'affitto di una stanza a Milano costa 460 euro al mese e a Roma 443. Questo in media e nei quartieri da affollamento matricole. Perchè nel centro storico (magari più comodo per chi lavora e non ha necessità di vivere nei cosidetti quartieri universitari) per un letto e un armadio si arriva a pagare anche 480 euro che salgono a 520 per i Parioli. Ma del resto perchè scartare le zone meno care, per esempio collatino colle aniene dove per vivere come "friends" ci vogliono "solo" 382 euro al mese.

Ma non crediate che ai nosti vicini spagnoli vada meglio, la crisi è globale e allora la percentuale di chi cerca casa in condivisione in Spagna è cresciuta del 70,7%. Unica differenza: i prezzi degli affitti sono più bassi e poi per la categoria giovane e precario (fino a 30 anni, almeno loro sono realisti e non allungano la giovinezza), c'è l'aiuto dello Stato: 210 euro al mese d'affitto lo paga Zapatero!

Ma basta lamentarsi, a qualsiasi latitudine ci si trovi a noi non resta che divertirci a sguazzare in questo grande loft. Magari, che ne sai, il prossimo studio, l'anno prossimo, ci dirà che ci siamo ulteriormente evoluti e abbiamo finito col diventare tutti "genitori in blue jeans" con figli/mariti/moglie tutti nel grande open space.

Mal comune, mezza casa.

lunedì 6 settembre 2010

A chi importa: benvenuto!

A chi importa quanti Rom vivono in Europa?
A chi importa il cadavere del pusher Cafasso?
A chi importa che fine farà Zapatero?
A chi importa a che punto è la musica in "rete" in Italia?
A chi importa che fa D'Alema quando non lo leggiamo su Repubblica?
A chi importa dov'è finito Gorbaciov?
A chi importa il Ramadan?
A chi importa che deciderà l'Unione Europea quest'anno?
A chi importa "a chi importa"?

Se avete risposto "a me" almeno a tre di queste domande questo blog vi dà il benvenuto per tutto il tempo che vi importerà.
Se avete risposto "a me" solo alla quinta domanda, perchè delle altre non vi importa e pensate di sapere già dov'è Gorbaciov, ossia nel corpo di Toni Servillo, la vostra permanenza sarebbe appesa ad un filo, ma vi invito a restare anche per scoprire dove si nasconde la perestrojka quando non va al cinema.
Se, invece, avete fatto spallucce leggendo le domande di cui sopra dalla prima all'ultima, non c'è niente da fare, questo benvenuto non è per voi ché so già che state per abbandonare il blog.
Ma prima di farlo vi invito a leggere queste quattro righe: quest'anno, durante il Ramadan, Gorbaciov  - finito di aiutare a riesumare il corpo del pusher Cafasso - dà un concerto gratis, sovvenzionato dall'Unione Europea per fare invidia ai Rom che, intanto - accompagnati in barca da D'Alema - contrattaccano partecipando ad un summit in Giappone sulla musica in rete presieduto da Zapatero.
E se almeno una di queste risposte fosse un'anticipazione di quello che potrete leggere su "a chi importa"?



A chi importa, benvenuto!

Ecco dov'è D'Alema...a chi importa


Quando non è sul quotidiano La Repubblica per esprimere qualche personale concetto sul futuro del Pd, Massimo D'Alema è a Bruxelles in veste di Presidente del Feps (Fondation four European Progressive Studies).

Ma perchè quelli dell'Eta sono vestiti da conducenti di risciò giapponesi?

Ma che domande sono? E poi a chi importa?
Certo a chi importa perchè i terroristi dell'Eta rilasciano il messaggio di "Addio alle armi" vestiti da condutcenti di risciò giapponesi? Forse a nessuno. Ma a giudicare dalle risposte che si sono susseguite durante questa giornata che chissà, stranieri come me ritenevano "storica", neanche il messaggio di cessate il fuoco dei terroristi importa a nessuno. Il Ministro degli Interni spagnolo, Alfredo Perez Rubalcaba ha infatti dichiarato che il Governo non è interessato al dialogo con i terroristi, perché è facile fermarsi e cessare il fuoco quando si è stanchi di lottare. Lo Stato dunque risponde con un "no" ripetuto più volte dal Ministro all'idea di trattare con i terroristi.

Detto questo, se non importa a loro...A noi non resta che dedicarci ai pizzi e ai merletti. E qui torno a bomba con la domanda che mi gira per la testa: avete mai visto dei terroristi sanguinari vestiti a questa maniera? Certo anche i talebani nei loro video possono sembrare un po' grotteschi, ma in un Paese come la Spagna, l'immagine di tre personaggi così vestiti per un'occasione tanto importante non può che catturare l'attenzione. Intanto guardatevi il video, dico guardatelo perché anche per chi conosce il castigliano l'euskera (la lingua dei Paesi Baschi è assolutamente incomprensibile. Forse possono aiutare i sottotitioli.  

Ma non sviamo l'attenzione dalla questione principale di questo post: l'abbigliamento e la scenografia. Non vi sembrano degni di un disegno manga giapponese? Allora la domanda sorge spontanea, perché quelli dell'Ira si vestono da miliziani, le Farc fanno altrettanto, i talebani a loro modo vestono abiti da condottieri e questi tre no?
Sappiamo che il loro simbolo, quello che vedete alle loro spalle, un serpente che si avvolge intorno ad un'ascia è il simbolo della lotta: bietan jarrai, che significa "avanti con tutte e due", vale a dire con la lotta miitare in quella politica (ascia e serpente). Il simbolo fu ideato da Felix Likiniano veterano antifranchista esiliato in Francia. 
Sul loro modo di vestire, invece, sappiamo che hanno due tenute, una sportiva e una "antidisturbo" con cui controllano le strade. La prima è quella che vediamo nel video: un simil passamontagna per coprire il volto di colore chiaro e un vero e proprio basco nero che li avvicina ai giapponesi. A seguire c'è la maglia nera con lo stemma, ma sotto pare girino sempre in tenuta sportive, jeans e scarpe da ginnastica. L'idea è quella di sembrare il più normali possibile. Ragazzi qualunque, insomma. Mentre nella tenuta poliziesca da strada sembrano davvero "robocop", non per sminuire...non me ne vorranno. Si sa, ho la fissa per lo stile!
Ma guarte qui, e poi guardate come agiscono (andando avanti con le frecce in alto). Altro che manga!

A chi importa dei Rom? Dentro l'Europa, fuori dalla società

Un piccolo tribunale di Lille (Francia) ha annullato sette ordinanze di espulsione nei confronti di persone rom perchè il reato non sussiste, vale a dire: "non rappresentano nessun tipo di minaccia per l'ordine pubblico". Certo questo non ha fermato la politica anti-rom di Nicolas Sarkozy che con una furia degna soltanto della coppia Bossi-Maroni, ha appena dato il via ad una dubbiosa espulsione di massa dei roma presenti "illegalmente" in territorio francese. 
Di tutta risposta, non solo il tribunale di Lille, ma anche la Commissione Europea ha avuto qualcosa da ridire in proposito, e come accadde per l'Italia appena pochi mesi fa, ha chiesto specifiche al Governo conservatore francese, soprattutto in merito a come in concreto intenda far coincidere questa alzata di testa con la legge comutaria europea. 
A queste due risposte istituzionali, come abbiamo letto e visto su tutti i giornali si sono associate varie e dure manifestazioni di disappunto in tutta Europa. 
Questa vicenda, come accennavo qualche riga fa, mi ricorda molto l'ondata di terrore prodotta dalla destra nostrana alle porte delle elezioni, in relazione soptrattutto alla successione del sindaco di Roma. Stupri, persecuzioni, Roma messi alla gogna senza uno straccio di capo d'accusa e poi via alla ricerca della soluzione di un problema che non c'era, e se c'era era stato quanto meno ingigantito. Che Sarkozy sia tornato a spingere verso destra con una furia populista per riacquistare i consensi persi tra scandali e ricevimenti, quello che El Pais definisce: "anoressia dei sondaggi"?

L'Ue si rimette al lavoro. Ma a noi che importa?

A quasi un anno dall'entrata in vigore del Trattato di Lisbona e nel momento cruciale della ripresa dei negoziati in Medio Oriente dell'Unione Europea continua a non sentirsi la voce. Eppure il Trattato aveva come obiettivo proprio una maggiore visibilità internazionale e il conseguimento di una sola voce per trattare i problemi dei ventisette paesi che compongono la Ue e stabilire relazioni più forti con i Paesi emergenti. E invece?
Invece dov'è l'Alto Rappresentante, Catherine Ashton mentre si riuniscono le Nazioni Unite per stabilire che strategia adottare per gli aiuti al Pakistan? E dove era finita durante le negoziazioni con l'Iran? E ci sarà una rappresentanza dell'Unione Europea alla prossima Assemblea delle Nazioni Unite del 20-23 settembre?