Triana, paraiso perdido. Triana è un paradiso perduto. Un luogo che a vederlo sullo schermo uno non può credere che sia esistito davvero. Spagna, Andalusia, Siviglia. Uno dei porti commerciali più importanti del regno iberico, 1462 ancora prima della conquista delle Americhe, arrivano i gitani (rom). Nessuno sa da dove arrivino, neanche loro stessi lo sanno. La loro storia è rimasta disseminata sulla strada percorsa fin lì, dall'India all'Europa Orientale. Un pezzo di ferro arzigogolato, lavorato da questo popolo errante come nessuno allora sa fare, in nessun continente conosciuto. Arrivano senza un nome, a cavallo di bestie piccole e magre. Si palesano da un giorno all'altro, colorati e senza struttura nella Spagna "negra", nera, degli artigiani del sud. Alcuni di loro vantano reali origini egiziane. Da qui egipti, gipzy, gitani, appunto.
Tra gli artigiani del legno, nel quartiere dei poveri, Triana, aprono le loro botteghe del ferro, lo plasmano per secoli, sotto editti di persecuzione, a rischio della Santa Inquisizione che nelle stesse strade di quel quartiere fatto di patii e corti interne installa il suo tribunale. Per secoli decorano balconi, strade, forgiano cannoni per la crociata dei re cattolici contro i musulmani, danno forma alle campane e nella cappella di Santa Ana uno ad uno prendono il battesimo. Non hanno un Dio proprio ma si professano cristiani.
Cantano e partoriscono figli, che a centinaia giocano per le vie di Triana con i figli dei sivigliani non gitani, insegnano loro lo spirito della libertà e dell'anarchia, da loro imparano le canzoni andaluse, quelle castigliane, fino a quando a Triana non esplode il Flamenco. Unione di "palmas", palmi delle mani che battono il ritmo che se lo ascolti bene è lo stesso che fa il cuore. Tra loro si sposano, gitani e non gitani. Nascono figli. Si inventa il welfare delle "corralas", delle corti, dei patii, dove le donne si scambiano i figli e si permettono a vicenda di andare a Siviglia (così dicevano quando superavano il limite del quartiere). A ballare, le migliori danzatrici di flamenco di Spagna, nei neoanati Cafè Flamenco. Due ne mettono in piedi anche a Triana e le donne ci vanno a ballare, a bere, a fumare. Un editto del re vieta agli spagnoli di vestire alla loro maniera, nell'estremo tentativo di fagocitarli tutti. Niente da fare.
Gitani e non gitani vivono così, uniti e diversi per cinque secoli in un paradiso perduto. Dove l'incontro è stato possibile, come dicono i protagonisti oggi, perchè i non gitani erano artigiani come loro, gente povera, sì, costretta dalla fame a vivere con niente, ma che quel niente lo divideva.
Nel 1962, con la scusa di un allagamento nel quartiere, le baracche e le case con le loro corti, le grida festose dei bambini, i canti e i balli e le "palmas" vengono abbattute. Inizia la speculazione immobiliare, al posto di Triana nascerà un quartiere nuovo di zecca, rilucente, per gente ricca. Gli stessi patii, le stesse corti, chiuse e insonorizzate. Il popolo di Triana si disperde, vengono assegnate loro delle casette prefabbricate in periferia, altri iniziano a potersi comprare una casa e vanno a vivere in altre zone di Siviglia. Chiuse le ferriere, chiuse le strade, i bar, le case, però, per anni le donne di Triana, gitane e non, tornano al mattino a far spesa al mercato del quartiere, per ritrovarsi.
A quaranta anni di distanza da allora le voci di Triana "la vieja" (la vecchia), parlano, ballano e raccontano il paradiso perduto nel documentario di Dacil Perez de Guzman: "Triana, paraiso perdido". Un canto corale di tutti coloro che aspettano ancora Triana.
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