Achimporta perchè lo faccio

Continuerò a fare qualcosa senza credere in nulla, e lo farò molto allegramente, perché essere privo del ricatto del domani mi dà un grande sollievo
Pierpaolo Pasolini. Conferenza all'Olivetti

mercoledì 8 dicembre 2010

Esci da questo corpo, c'è moltissimo da fare

Hay, hermanos, muchisimo que hacer. Cèsar Vallejo
"En mi juventud, como muchos escritores de mi generación, fui marxista y creí que el socialismo sería el remedio para la explotación y las injusticias sociales que arreciaban en mi país, América Latina y el resto del Tercer Mundo". Da giovane, come molti scrittori della mia generazione, sono stato marxista e credevo che il socialismo sarebbe stato il rimedio allo sfruttamento e alle inguistizie che imperversavano nel mio paese, in America Latina e nel resto del Terzo Mondo"

Inizia così uno dei paragrafi del discorso pronunciato da Mario Vargas Llosa durante la premiazione all'Accademia del Nobel. Qui chiaramente appare decontestualizzato, ma non soprende leggerlo più di quanto non colpisca integrato nel resto del discorso dello scrittore. Sentir pronunciare questa frase ad un uomo che da sempre conosciamo legato ad ideali liberali, seppure le fa seguito un grande "però", fa una certa impressione. Llosa utilizza passaggi politici per leggittimare il ruolo della lettura come viatico alla liberazione da qualsiasi forma di dittatura del pensiero, che sia un regime sul modello socialista, vedi l'America Latina, che uno di destra, vedi la dittatura di Franco in Spagna, o la dittatura religiosa, vedi la religione musulmana. Il tutto termina, però, e qui il però ce lo mettiamo noi, con l'analisi di quanto abbia proliferato la Spagna, e in particolare la Barcelona degli anni '70, in cui lo scrittore ha vissuto, grazie agli sforzi culturali dell'epoca che fecero della città la culla dell'inteligenzia spagnola. Questo, passando, nel paragrafo precedente, attraverso l'elogio della fine degli ideali politici e della transizione spagnola dalla dittatura alla democrazia come esempio della giustezza di tale declino. Pur sapendo che in questo la Spagna della transizione ha molto da insegnare a qualsiasi altro paese, resta inevitabile la sensazione che tutto il discorso verta a quello che in Italia alcuni chiamerebbero veltronismo. Liquidità delle opinioni, omologazione dei criteri, al politicamente corretto. Insomma, alla fine, al discorso di Llosa, di letterario nel senso rivoluzionario con il quale inizia, non resta un bel niente. I rimanenti dubbi si sciolgono quando lo scrittore ispano-peruviano arriva ad elogiare il suo più acerrimo rivale: Gabriel Garcia Marquez, ovviamente solo una volta ricevuto il nobel e conquistato quel pulpito.
Esci da questo corpo.
Da un altro pulpito, ben più terreno, invece, un altro scrittore, Javier Marìas, nella sua rubrica su El Pais settimanale, dà un affondo all'omogeneizzazione dei linguaggi, partendo da quello televisivo. "Nemmeno l'Italia - scrive Marìas - presieduta da anni da uno degli uomini più cafoni e con meno grazia del mondo, Berlusconi, ci arriva alle suole delle scarpe". Lo scrittore si riferisce ai torpiloqui televisivi, che a suo parere imperano in Spagna e a quello che comunemente viene accettato come linguaggio corrente e perciò entrato con tutti i crismi nella scatola nera e assurto a modello della comunicazione popolare. Parolacce, riferimenti gratuiti a qualsiasi titpo di azione umana, comprese le più intime. 


Beh, Marìas arriva alla conclusione, che questo livello, così basso, sia scattato come contraltare al "politicamente corretto" che imperversava fino a poco tempo fa, quando si fingeva, anche attraverso la fratellanza televisiva, un nuovo umanesimo della parola e del pensiero. Nessuno contro nessuno, omologato il vocabolario all'eleganza, omogeneizzato il pensiero alla moderazione. 
Quale delle due cose è meglio dell'altra? Quanto stona sentire Llosa ringraziare Marquez, preferire la transizione spagnola alla lotta aperta contro la dittatura? Quanto ci piace sentire che è meglio mettere da parte gli ideali quando ancora c'è gente che in Spagna lotta per veder riconosciuti alla dittatura i crimini commessi contro la metà (se non più) dei cittadini spagnoli? E in Italia si chiudono senza colpevoli processi decennali per stragi politiche?

Marìas conclude, che se anche gli "cade la faccia dalla vergongna ascoltando alcuni personaggi pubblici esprimersi in maniera indegna, tornare al politicamente corretto ci priverebbe di un vantaggio: ci priverebbe delle preziosissime informazioni sulla persona che sta parlando. Se tutti parlassero alla stessa maniera, non potremmo difenderci da chi è davvero disprezzabile o insano, razzista o davvero machista, falso o traditore". 

"Se tutto il mondo parlasse allo stesso modo, saremmo in balia del peggior venditore". Come qualsiasi italiano "moderato" che si rispetti. 

Fratelli, c'è moltissimo da fare. Cèsar Vallejo

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